Le Bombe. La Montanara. E il mare.

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Sigh. Nel 2005 abitavo da solo in un piccolissimo appartamento in un borgo Abruzzese rusticamente grazioso. La mattina scendevo, uscivo dalla ruva (vicolino. Si chiama Labirinto. L’allusione e troppo ovvio e azzeccato. Almeno era allora,) direttamente in piazza per magna’ una bomba da quelle parti, fresca fresca e con una quantità’ di calorie da sfamare il totale degli animali, uomini inclusi, nel sub-Sahara per una settimana. Ma ero in forma col corpo – era prima che mi sono incasinato sto’ cavalo di piede sinistra. Per cio in genere magnavo due.

   Dopo pigliavo’ il motorino blu per scendere al mare, quello a cui appartengo – l’Adriatico su quella costa. Dal borgo c’era la panorama piena, l’aria dolce-salato, e man mano che si avvicina alle onde la lingua usato, le parole, cambia, letteralmente, avvicinando a sua volta al Italiano. (Su usano sti’ ritmi e cadenze e parole che riflettano il borgo. A sentirli sembra di annusare un piatto di spaghetti alla chitarra in ragù di agnello cotto da un Francese.) Fino al mare stesso, che ha una lingua sua.

   Suppongo che il luogo dove cresci abbia un forte impatto sulle lingue che gli animali, uomini inclusi, usano. Non solo per parlare sia con la bocca che con i gesti ma tutto quello che sei, dove ti metti internamente e come ti deve esprimere. E ‘cresci’ nel senso lungo dello sviluppo, ovvero fino al ultimo delle tre fasi grossi dove i geni trovano lo spazio necessario per cercare di cambiarti, di avere un influenza sul dialogo contesto – te in modo determinante. La panorama. Gli odori. Le forme. La geometria. Le persone. Gli animali. Il verde. Il mare.

   Il mare ha il suo tempo diverso delle montagne. In quest’ultimo sei in qualche modo chiuso dentro forme più larghe di te, le distanze visivi sono diverse. Sei più piccolo, più contenuto e meno solo. Devi accettare, come un pescatore in una barca nei vecchi tempi, quello che fa la natura, quelle forme enorme. Il mare visto dalla terra ferma e come avere sempre qualcuno con te. Entra in tutte le relazioni ma rimane distante nel suo impatto diretto, in qualche modo. Non la devi accettare e non ti fa diventare più piccolo. Nei primi casi sei spesso fuori in un contesto così inevitabilmente più grande di te. Non e così in città’, o in aula, o in un ufficio su i piani alti con sotto la Mercedes che t’aspetta a portarti in un altro luogo chiuso e protetto, anche noioso, anche se chiuso fuori nelle vie più cari con negozi dove compri cose, cose dimostrative, o nei resort sui mari più cari dove ti portano da bere o ti fanno un massaggio.

   I montanari spesso non sono molto frivoli, diciamo. Ma quasi sempre sono di un onesta’ ormai rarissimo. Non t’inculano, e non si vendono. Come possono. Fanno parte di una montagna così immensa e solida. E usano parole le più pratiche possibile. Quelli delle aule, della città’, della vista sul mare da terra ferma o sulla città’ dai piani alti invece non. Non fanno parte della montagna, del mare. Usano parole che corrispondono a niente, astrazioni su astrazioni. Le città, i mari, sono, dal punta di vista di quegli dei piani alti, da terra ferma, parte di loro. Percio e il mare che deve subire il loro tempo – il presente senza memoria – la montagna che deve subire le loro azioni. Ma… la montagna sarà li anche dopo. O la distruggi, e non ci sarà niente. Ma il mare no. Si può avvelenare, ma non distruggere. Ha sempre la sua giustizia, usando una lingua tutta sua. Che comprende tutte le nostre. E che e inevitabile.

e l’Adriatico pieno delle nostre schifezze.

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